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ALESSANDRO GHEBREIGZIABIHER |
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Chi sono Se
preferisci una biografia più formale, la trovi qui Sono nato a Napoli nel maggio del
1968, tra due sud. Tra quello di mio padre, Araya Ghebreigziabiher, nato nel
1936 ad Asmara, Eritrea, e quello di mia madre, Paola Smiraglia, nata a
Napoli nel 1942. Il sud del
mondo e quello italiano si sono incontrati, per mezzo dei miei coraggiosi
genitori, alla fine degli anni ’60 a Napoli, divenendo una cosiddetta coppia
mista. All’età di soli due anni ho seguito i miei a Roma, che è divenuta la
mia città di ieri, di oggi e, molto probabilmente, anche di ogni domani che
verrà. Scrivo e
racconto storie. Le scrivo e le racconto da sempre. Un tempo le scrivevo e le
raccontavo senza saperlo. Da alcuni anni ne so qualcosina di più. E’
difficile credere che scrivere sia effettivamente la propria strada. Alla
fine degli anni ottanta, in occasione degli esami di maturità, feci forse il
miglior tema della mia carriera liceale. In tutti i sei anni precedenti –
confesso pubblicamente di essere stato bocciato in terzo per due materie – al
compito d’Italiano a mala pena riuscivo ad ottenere la sufficienza. Solo
all’ultimo compito, all’esame finale, ne compresi il perché: il problema
erano le tracce. Ho sempre preferito
scegliere da solo quale storia raccontare. Alla maturità afferrai la
penna e raccontai gli anni trascorsi al Liceo Keplero di Roma. Ricordo ancora
le parole dell’esaminatrice, la professoressa di lettere. Mi disse che,
nonostante fossi uscito totalmente fuori tema, a suo avviso il mio testo era
valido e che forse sarebbe stato da pubblicare. Così, mi chiese cosa avessi
intenzione di fare dopo il liceo. Ebbene, come molti della mia generazione,
con la testa piena di sciocchezze sul pericolo di farsi illudere dai propri
sogni, risposi che mi sarei iscritto ad ingegneria, perché così avrei avuto
più facilità a trovare lavoro. “Che
peccato”, commentò lei, “sei un giovane portato per le lettere…” Ad
ingegneria ho resistito per ben due anni, riuscendo persino a conseguire
cinque esami. Tuttavia, che volete farci, nel frattempo era scoppiata la
passione per il teatro e per il sociale. Il matrimonio tra questi due mi
condusse nel 1995 alla Comunità di recupero per ex tossicodipendenti San
Carlo, del Centro Italiano di solidarietà (CE.I.S.), in qualità di obiettore
di coscienza. La scelta fra il Servizio civile e quello militare, ancora
prima che di principio, fu logica, ovvero realistica: io volevo veramente
donare un anno alla mia patria… Nel
frattempo cambiai facoltà e trasferii il mio seppur esiguo bottino di esami a
Scienze dell’informazione. L’anno
cruciale è stato il 1998, l’anno della laurea, nondimeno, è il momento delle
confessioni. Mi
rivolgo, in questo istante, alla professoressa che mi diede 30 in Analisi II:
prof, si ricorda di me? Si rammenta quando, all’orale, mi pose il primo
quesito e io rimasi in silenzio? Ricorda che, ingannata dalla mia carnagione,
mi domandò se avessi problemi con la lingua e il sottoscritto le rispose di
sì? Ebbene,
come si suol dire, ho mentito spudoratamente. Sempre nel
‘98, come si dice, tornai sul luogo del delitto e mi proposi ufficialmente
come “animatore teatrale del disagio” al Centro Italiano di Solidarietà. Dopo
l’estate iniziai a lavorare anche come insegnante di informatica. Ancora in
mezzo, stavolta tra le fredde lezioni in una scuola e quelle roventi in una
stanza di una comunità. In quello stesso anno scrissi Tramonto, il monologo teatrale che nel 2002 è diventato un libro
per ragazzi con la casa editrice Lapis. Tramonto,
tra giorno e notte, tra luce e buio, una maschera inevitabilmente in mezzo
tra due mondi. Due anni prima dell’uscita di quello che è stato il mio primo
libro, nel 2000 compresi che nella vita – unica eccezione la scena - le
maschere sono il peggior ostacolo per chi vuole raccontare qualcosa che abbia
a che fare con la verità. Se non altro che viaggi nella direzione di quest’ultima, miraggio irraggiungibile per tutti. Così,
presi il tanto sospirato pezzo di carta e lo riposi in un metaforico
cassetto, per dedicarmi unicamente al lavoro come animatore teatrale, del
disagio o meno. E’ stata
una scelta difficile, che mi sono ritrovato spesso a rinnegare e poi
riconfermare con ulteriore convinzione. Nel 2005
un altro anno estremamente significativo ha condizionato il mio viaggio. In
maggio il programma del CE.I.S. nel quale avevo lavorato nei precedenti
cinque anni, all’improvviso si vede tagliati i fondi e il sottoscritto, alla
veneranda età di 37 anni, rimane disoccupato e con un figlio di un anno,
sebbene condiviso con una meravigliosa compagna. Se tutto ciò non bastasse,
nell’agosto seguente vengo a sapere che mio padre ha il cancro ai polmoni e
che i medici gli hanno prescritto al massimo sei mesi di vita. Una parte
di me era a pezzi. Come scrittore tanti manoscritti e un solo libro
pubblicato. Come professionista del sociale non avevo alcun titolo di studio
vendibile, tipo educatore o psicologo. Tanta esperienza sul campo e nessun
pezzo di carta coerente. Certo, mi direte voi, avevo ancora una laurea in
informatica. In quell’anno ho inviato migliaia di curriculum, senza alcuna
fortuna. Perciò, mi convinsi che non avevo altra strada davanti oltre a
quella che avevo scelto di coltivare. Durante l’estate di quello sfortunato
2005 buttai giù l’idea del Laboratorio interculturale di narrazione teatrale,
che fece il suo debutto a novembre dello stesso anno. All’inizio
del 2006 uno dei due Sud perde il suo ambasciatore: Araya Ghebreigziabiher,
dall’Africa all’Europa, dall’Eritrea all’Italia, da Napoli a Roma, Buio, il
padre di Tramonto, viene sepolto nella capitale. Da quel giorno, le
pochissime cose che faccio di buono so che sono anche per lui. Dal 2006
ad oggi sono arrivati altri libri, spettacoli di narrazione teatrale,
rassegne e, soprattutto, incontri con tante persone, ciascuna degna di essere
ascoltata. Tuttavia,
la cosa migliore che ho rimangono la mia compagna e i miei figli. La mia
speranza è che riuscirò ad aiutarli a realizzare i loro sogni. Ultimo
aggiornamento: 2009-18-03 |
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